Il potere dell' Impermanenza

 


Uno degli elementi che costituiscono i binari sui quali viaggiamo nella nostra vita è l' impermanenza (in sanscrito, anitya). 

IL SENSO DEL TERMINE
La parola impermanenza è poco utilizzata nella vita quotidiana infatti si è soliti accostare la permanenza ad ogni situazione.
Se si parla di un amore si dice che è "infinito", se si va ad abitare in un luogo si dice "speriamo rimarrò qui per sempre", se si fa sport ogni giorno si è convinti che si resterà sempre forti ed energici per tutta la vita, se si acquista una pianta si è convinti che non morirà mai, se si ha un figlio si pensa che resterà sempre "il nostro piccolo".

In realtà, niente è eterno.
Tralasciando il discorso sull'anima (che merita di esser trattata in un post a parte, tanto l'argomento è interessante e vasto), il resto, tutto ciò che di tangibile e intangibile nella nostra vita, è impermanente.

L'IMPERMANENZA DEI DHATU
Tra i diversi insegnamenti del buddhismo vi è una suddivisione interessante (logica, più che imputabile all'insegnamento del Buddha) di tutti gli elementi con i quali abbiamo contatto nella vita. Si chiamano gli diciotto reami (o dhatu).

Sintetizzando in breve, abbiamo:
- i sei organi di senso
(occhi orecchie, naso, lingua, corpo, mente)
ognuno collegato al suo oggetto
- i sei oggetti dei sensi
(forma-colore, suono, odore, sapore, oggetti tattili, oggetti mentali)
ognuno dei quali crea la sua coscienza
- le sei oscienze dei sensi (coscienza visiva, coscienza uditiva, coscienza olfattiva, coscienza gustativa, coscienza tattile e coscienza  mentale).

Ebbene, ognuno di questi elementi è soggetto a creazione, mutamento e dissoluzione.
Facciamo degli esempi.
Fisicamente parlando, è logico che i sei organi di senso siano impermanenti perché, alla nostra morte, svaniranno con il nostro corpo ma, funzionalmente parlando, sono sempre impermanenti: la nostra vista subisce un decremento di chiarezza, il nostro udito diminuisce, il nostro naso non capta più tutti gli odori di una volta, i nostri denti si modificano con gli anni, così come la nostra pelle muterà negli anni e anche la nostra mente.
Così accade per gli oggetti dei sensi (tutto ciò che è intorno a noi): un odore, un suono, un oggetto ora c'è, poi sparisce; un albero c'è, poi perde le foglie, e cambia; oggi piove, domani c'è il sole; oggi sono arrabbiato, domani no.

LA PERMANENZA È DOLOROSA
Negli esempi di prima c'era l'amore. Forse è brutto dire che non sia eterno ma sia impermanente, eppure è così. E non è una cosa brutta.
L'amore per una persona può diminuire, aumentare, può divenire maturo, evolversi, ma esserci sempre, come un albero che è lì da 100 anni ma non è quello di 80 anni fa, e non sarà quello che vedremo tra 30 anni. L'amore di due 20enni non è uguale all'amore di due 50enni e, se lo fosse, è spesso perché ci si aggrappa alla permanenza come un uomo che si regge ad uno scoglio per non cadere nel mare.
L'amore, come lo vediamo noi, è impermanente.

Nella società la permanenza è anche utilizzata per fini diabolici. I governanti cercano di far permanere, nei cittadini, un costante stato di insoddisfazione, di turbamento mentale, di odio perché sanno che ogni nostra emozione non è eterna ma, se si innaffia una pianta continuamente si eviterà di farla morire. Se si innaffia costantemente il nostro odio, noi saremo arrabbiati 24 ore su 24 e sappiamo quanto possa essere terribile.
In realtà, come detto, i dhatu sono impermanenti. È la permanenza a essere dolorosa.
Se una persona ci ha fatto un torto, una cattiva azione, ecco che nella mente si forma un oggetto mentale: quella persona. Durante la giornata facciamo anche altro oltre che pensare al torto subito, e quindi ci dimentichiamo di quella persona (oggetto mentale impermanente) e di ciò che ci ha fatto e che ci fa star male (coscienza mentale). Poi, d'un tratto, la ricordiamo: ricominciamo a pensarla e a ciò che ci ha fatto, e ci arrabbiamo di nuovo, soffriamo, e stiamo male.
Siamo noi stessi a cercare la sofferenza come un leone cerca la gazzella per cibarsene con la differenza che, se il leone non la trovasse, morirebbe di fame, ma se noi smettessimo di cercare l'oggetto mentale che causa la nostra rabbia, smetteremo di soffrire.

ESERCIZIO PRATICO
Un esercizio pratico interessante e utile da fare durante la giornata è immaginare ogni oggetto o sensazione o percezione come permanente.
Pensate se, da oggi, la nostra e l'età di ogni essere vivente della Terra restasse quella che abbiamo: la vecchiaia e la morte sarebbero sconfitte, e noi non moriremmo né invecchieremmo mai. Se avete un figlio, immaginate sia permanente: resterà bambino per tutta la vita. Magari lui, da grande, desidera diventare un bravo dottore per curare tutte le persone malate del mondo ma, non potendo crescere, il suo sogno non si avvererà mai.
Immaginate un albero di pesche. Piantate il seme, esce un piccola pianta, ma questa ha un blocco: non cresce perché la morte è stata sconfitta. Non potremo mangiare mai più una pesca.
Immaginate, come l'esempio di prima, che il vostro vicino di casa vi abbia fatto arrabbiare. Le sensazioni sono sempre impermanenti. Da oggi, sono permanenti, così sarete arrabbiati, irati, ogni singolo minuto della giornata, per tutta la vita. È terribile.

La permanenza causa sofferenza.
L'impermanenza permette di goderci i bei momenti, di affrontare nuove difficoltà e sofferenza, ma ci permette anche di lasciarci alle spalle tutto ciò che di brutto abbiamo vissuto.



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