Accettazione è Consapevolezza
IL SIGNIFICATO
Essendo il buddhismo nato successivamente al Sanatana Dharma (erroneamente conosciuto in occidente come Induismo), ha acquisito elementi e pratiche già esistenti modificandoli, e creandone di nuovi.
Nella filosofia induista (spec. nell'Advaita Vedanta) titiksha indica una sopportazione paziente, consapevole e forte verso le avversità fisiche e mentali, senza esaltare la propria sofferenza o provare risentimento per ciò che accade.
Nel buddhismo theravada, invece, il termine usato è kshanti e indica accettazione, sopportazione, tolleranza e pazienza, ed è una delle dieci pāramitā o virtù supreme.
La differenza dei due termini è l'approccio: nel primo c'è una grande forza di volontà, una dedizione quasi deistica, mentre nel secondo, kshanti, si va sulla base emotiva, sulla malleabilità dell'animo umano, sull'adattamento agli eventi della vita.
ACCETTAZIONE DELLA SOFFERENZA
Nel suo primo discorso tenuto dopo l'illuminazione, il Dhamma Cakkappavattana Sutta (la messa in moto della Ruota del Dharma - contenuto nel Samyutta Nikaya 56.11 del Canone Pali Buddhista) il Buddha enunciò le famose Quattro Nobili Verità (cattari ariya saccani) la prima delle quali era l'esistenza della sofferenza. con le seguenti parole:
"Questa, monaci, è la nobile verità del dolore.
La nascita è dolore,
la vecchiaia è dolore,
la malattia è dolore,
la morte è dolore,
l’unione con ciò che odiamo è dolore,
la separazione da ciò che amiamo è dolore,
non ottenere ciò che desideriamo è dolore,
in breve,
i cinque aggregati [skandha] dell’attaccamento sono dolore."
I cinque aggregati (skandha) sono forma, sensazioni, percezioni, formazioni mentali e coscienza ed è una classificazione dei 18 dhatu (vedi post sull'impermanenza).
L'accettazione della sofferenza (dukkha-adhivasana-kshanti) è quella energia interiore che ci permette, innanzi alle situazioni dolorose fisiche, mentali e situazionali, non tanto di sopportarle, ma di vederle per quelle che sono, senza cadere nell'ulteriore sofferenza.
Non amo usare la parola sopportazione (e neanche il Buddha, nei testi antichi, la usava) perché dà l'immagine di una persona che un grosso masso sulla schiena, a fatica, che si lamenta, soffre, suda, piange, sperando il prima possibile di liberarsi di quel peso. La parola migliore da usare è quella alla base del buddhismo: Consapevolezza.
NON È SOPPORTAZIONE, MA CONSAPEVOLEZZA
Prendiamo la frase
"Sto sopportando la morte di una persona cara"
e proviamo a sostituirla con
"Sono consapevole della morte di una persona cara"
sono due frasi che sembrano totalmente diverse, eppure si riconducono allo stesso evento: la morte di una persona.
La morte (che fa parte dell'aggregato della forma) quando accade, come qualsiasi evento, si ritrova immediatamente nel passato prossimo (è un evento concluso nel passato ma che ha ancora un legame o degli effetti sul presente). È successa, e non può essere cancellata. Sopportarla significa portare un masso sulla schiena per tutta la vita mentre, essere consapevole della sua esistenza ci fa accettare la sua esistenza così come accettiamo l'alternanza di alba e tramondo, o delle tempeste e delle giornate di sole, quindi come qualcosa che esiste e che accadrà o, nel caso di eventi diversi - come la perdita di un lavoro, un viaggio, un regalo - potrà o meno accadere.
Quando qualcosa o qualcuno (forma) viene perso, distrutto o cambia, quando il nostro umore cambia in positivo o negativo (sensazioni - piacevoli, spiacevoli o neutre), quando ci creiamo una idea rivelatasi poi sbagliata (percezioni), quando cambiamo umore (formazioni mentali), quando ricordiamo, analizziamo, confrontiamo e ricordiamo persone oppure oggetti (coscienza), dobbiamo semplicemente, come prima azione, accettare.
Non possiamo attivare una consapevolezza pura o assorbire l'insegnamento dell'impermanenza se prima non accettiamo.
L'accettazione è essere consapevole di tutto.
L'accettazione è consapevolezza.











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