giovedì 12 luglio 2018

Quando sei ignorante, ma sei convinto di non esserlo


Una gran parte degli elettori italiani che si sono recati alle urne il 4 marzo 2018, non sanno niente di politica, non la seguono, o la seguono ma non la capiscono, però credono di conoscerla. Giudicano un partito dal modo di presentarsi del leader: ha il volto pulito, è ben pettinato, ben vestito, parla bene, è educato, non insulta, ma attacca gli altri che, a quanto dice, sono i colpevoli dei miei problemi. Mi piace. Ci sta. O forse no. Ogni partito ha proposto un suo programma elettorale, ma nessuno, neanche chi li vota da anni, lo ha mai letto. Non ce n’è bisogno. Il leader mi piace, e quindi sicuramente anche il suo programma. È ignorante, ma non lo sa. Ignorante è il participio presente del verbo ignorare. Come aggettivo, significa « disconoscere un dato argomento ». Ignorante non è un’ offesa, ma una constatazione. Se tu mi spieghi qualcosa, ma io scopro di non conoscere ciò che mi stai dicendo, io sono ignorante. Se tu mi spieghi, con dovute prove, che la mia idea è errata, ma io non ti credo, alludendo alla tua mala fede, io sono ignorante. Se il leader politico del quale mi sono fidato - perché ben pettinato, viso pulito, parlava bene,... - fa il contrario di quel che aveva promesso, oppure dice falsità, ma preferisco non vedere i fatti perché farebbe crollare tutte le speranze che avevo riposto in lui, lasciandomi senza un ideale politico da seguire, io sono ignorante. Se ti insulto con violenza, ti minaccio di morte, ti perseguito sui social, o persino attuo violenza fisica, sono ignorante. Ma stavolta è un insulto. Gli ignoranti sono persone deboli, che cercano e desiderano un capro espiatorio dei loro problemi, proprio perché si rifiutano di cercarne la vera origine: quando arriva un leader importante che dà loro un nemico, ecco che si sentono in pace con sè stessi. E decidono di seguirlo, lodando ogni parola che esce dalla sua bocca. Lo seguono, gli applaudono, odiano il nemico che il leader ha dato loro, gioiscono, e il loro senso di colpa svanisce.

Sono felici. O forse credono di esserlo.
L’ ignoranza non è una malattia, ma uno status dal quale si può uscire. Basta iniziare a lavarsi ogni giorno con un prodotto a base di umiltà, lavarsi le orecchie per iniziare ad ascoltare di più e parlare di meno, mangiare pane e comprensione al posto del consueto pane e veleno, non insultare chi non sa ma aiutare loro a capire quale sia la verità. Dovremo anche guardare spesso delle bare, o delle lapidi, o foto di defunti, di chi non c’è più, per ricordarci che, un giorno, faremo tutti quella fine. Passare la vita odiando e rovinando la vita agli altri è la cosa più stupida che si possa faren questa breve vita. Quando incontri un ignorante, parlagli con rispetto, perché lui non sa d’ essere ignorante. Quando scopri di essere ignorante, ammetti la tua ignoranza con rispetto, perché non è una colpa essere ignorante.
Lapenna Daniele

mercoledì 27 giugno 2018

Chi odia ha paura,... tanta paura

Ci si odia, ci si insulta e ci si ammazza per delle... stronzate.
Si vive nel proprio odio come in una casetta di montagna nella quale abbiamo acceso un caldo fuoco grazie al camino. Ci sentiamo al sicuro nel nostro odio, ci sentiamo protetti da un mondo esterno pieno di... “buonismo” Quando appare un “buonista”, alcuni di noi estraggono l' odio come una spada, puntandola non per difendersi - il buonista non commette violenze - ma per attaccare. In pratica, chi è armato colpisce chi è disarmato e intenzionato a non combattere. Follia!
Ormai l’ odio si desidera come fosse sesso, o cibo, o alcol, o droga. Ci si sente vivi con l'odio, e si giustificano le proprie parole e azioni con l' odio.
Perché si odia? Si odia perché si ha PAURA, TANTA PAURA. Paura che una verità faccia cadere una nostra idea che sosteniamo vera, ma non lo è. Paura di comprendere che desideriamo vedere soffrire gli altri. Paura di ammettere di essere egoisti e violenti. Paura di accertare che i nostri problemi sono piccolissimi rispetto a quelli altrui. Paura che qualcuno rubi i nostri oggetti, dimenticando che non sono persone. Giustifichiamo l’odio, crediamo e ci convinciamo sia utile. Passiamo le giornate incollando, sulle pareti interne del nostro cervello, l’immagine del nostro odio: pensiamo continuamente a quella persona, a quel gruppo di persone, a quell’evento, e l’odio si accresce. Non stiamo vivendo, stiamo morendo lentamente. Forse, stiamo anche soffrendo. A quel punto odiamo di più, perché pensiamo «Se soffro io, perché non debbono soffrire anche gli altri?» Dimentichiamo troppo spesso che l' odio non cancella le ferite o i problemi.
Odiare gli altri non risolve i propri problemi. L ‘odio uccide e ti uccide.

giovedì 21 giugno 2018

Aiutiamoci, anziché farci la guerra

di Lapenna Daniele


Dati alla mano, non è vero che « la maggioranza dei migranti che arrivano in Italia sono delinquenti ». Se si utilizza il ragionamento "non lavorando, delinquono" è lo stesso che si potrebbe applicare agli italiani. Sono troppe le fake news che in questo periodo circolano in rete e che vengono condivise anche se palesemente prive di veridicità.

Il punto è che, un conto è discutere, in maniera costruttiva, sui trattati promuovendo una equa distribuzione dei migranti tra i vari Paesi Europei senza lanciarseli l' un l' altro come fossero palle da biliardo, un altro è incitare all' odio come se ogni migrante portasse violenza e malattie

A settembre 2017 fu stipulato il piano dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) che prevede la presenza di 2,5 migranti ogni mille abitanti. Per invogliare i sindaci, il Governo stanziò 100 milioni da distribuire ai comuni che avessero aperto le porte ai migranti. 
Purtroppo, sino ad oggi, su 8.000 comuni solo 2.600 ospitano i richiedenti asilo, mentre quelli che hanno volontariamente aperto le porte tramite il progetto Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono poco più di 1.000. 

È normale che i migranti giungano qui perché, dopo Malta, c'è l' Italia, con le isole siciliane e la Sardegna. E sappiamo anche perché fuggono dalle loro nazioni e cosa abbiano causato Stati Uniti, Francia e Inghilterra in quelle zone: guerre, sfruttamento delle risorse, con conseguente impoverimento delle popolazioni locali, e governi fantoccio messi da loro (in primis USA) per permettere un agevole sfruttamento delle risorse locali. 

Se le nazioni africane sono invivibili, come possono, gli africani, nati e cresciuti lì, desistere dall' andare via? Se le condizioni di vita fossero migliori, andrebbero via dalla loro nazione nel caso desiderassero non spostarsi? 
La questione è molto più complicata del semplice #chiudiamoiporti 
Noi italiani siamo migrati negli Usa, in Germana, in Australia, abbiamo portato la mafia in Canada e Stati Uniti, uccidendo migliaia di persone; abbiamo portato malattie come la tubercolosi che non c'era in quelle zone, vivendo in zone degradate, creando ghetti e vivendo anche da barboni; abbiamo causato problemi perché non conoscevamo la lingua, rendendo difficile la nostra integrazione. 

È bene aiutare le nazioni a migliorare le loro condizioni di vita, specie se la causa è nostra (o dei nostri alleati). Ogni nazione del mondo ha il diritto sacrosanto di vivere decentemente, ogni individuo del mondo merita la libertà e gli essenziali mezzi di sussistenza. 
Nessuno dovrebbe subire violenze da altri esseri umani, dal proprio governo o dai governi altrui. Nessuno di noi vorrebbe subire queste brutte cose ma ognuno di noi sarebbe felice di poter ricevere un aiuto da qualcuno, magari vedendo migliorare la propria vita. Perché no?

Se iniziassimo ad aiutarci, se i Paesi ricchi iniziassero a migliorare la vita di quei Paesi poveri che sfruttano da secoli, forse ci sarebbero meno povertà e meno migrazioni.
Gli individui dimenticano che il potere e il denaro verranno lasciati su questa Terra al momento della morte. A che serve uccidersi per qualcosa che lasceremo ai pòsteri?

sabato 26 maggio 2018

Il modo migliore per trovare un ottimo partner o un vero amico? Adattarsi

di Lapenna Daniele



Quanto è difficile trovare una persona con la quale si ha un rapporto tale da riuscire a capire l'altro e farsi capire?
No, non parlo solo dell' anima gemella in amore, ma anche in amicizia.


Quel che ogni persona lamenta, in un qualsiasi momento della propria vita (specialmente quando ha bisogno di persone vicino a sé), è che non esiste una persona che gli somigli o che sia simile in diversi aspetti. Il partner/amico/a della mia vita non esiste: vivrò da solo/a per sempre!

Ci si pone la solita domanda:  
è così difficile trovare una persona simile a noi?

La risposta è semplice:   
 Sì, perché non esiste,
ma possiamo trovarla.

L' ALTRA METÀ
In una mia vecchia poesia che intitolai "Platone non aveva ragione" (qui tutte le mie poesie, in un file gratuito in Pdf), andavo contro la teoria del Simposio di Platone dove si legge che la donna e l'uomo erano paragonati a due metà, dapprima unite (che Zeus divise) che, quando si ritrovano, si uniscono, completandosi. Questo presuppone che le due metà combacino alla perfezione.
Io, invece, nella poesia, paragonai le due persone che si amano (ma anche che si vogliono bene, come nell' amicizia) a due pezzi di plastilina: si incontrano, si plasmano con il tempo sino a unirsi in un modo tale da sembrare un unico pezzo.

Il punto è che non esiste la "metà" che sia perfettamente uguale a noi, in amore o in amicizia, e se passiamo la vita a cercarla, allontanando quelle persone che hanno qualcosa - o più di un qualcosa - in comune con noi, avremo perso una grande occasione di conoscere, forse, una persona che avrebbe fatto al caso nostro.

Quando, nella vita, affrontiamo varie esperienze, varie avventure, ne passiamo di belle e di brutte, cadiamo, ci rialziamo, viviamo gli anni che cambiano sotto i nostri occhi, cosa succede? Che maturiamo, cresciamo, cambiamo in base alle situazioni vissute diventando più consapevoli, imparando a gestire le situazioni ma, soprattutto, adattandoci ai cambiamenti della vita e alle situazioni affrontate.
Così accade quando non si è soli.

lunedì 14 maggio 2018

Art. 416 bis: per ricordare ai mafiosi e agli onesti cos'è un atteggiamento mafioso

 di Lapenna Daniele



Cos'è un' associazione di stampo mafioso?
Qual è l' atteggiamento che può esser definito mafioso?

Qualche giorno fa ho ripreso, sul blog "Il Ventunesimo Secolo" un articolo di un giornalista di Tiscali.it che parlava dell' arresto di due esponenti del clan Casamonica. Questi (il giornalista) spiegava che i metodi utilizzati da questi "signori" non è mafia, ma solo violenza-spettacolo.

Ebbene, non che voglia far polemica, ma, nel mio articolo, ho dimenticato di menzionare un qualcosa che può insegnare, a questo giornalista, cosa sia un atteggiamento mafioso.

L' ART. 416 BIS
Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all' art. 416 del codice penale (Associazione per delinquere), ma tale reato risultò debole contro una mafia che, come una piovra, aveva i tentacoli dappertutto, persino in politica, utilizzando metodi coercitivi per arricchirsi e minacciare onesti cittadini.

Il 3 settembre 1982, l'uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la successiva reazione di sdegno da parte dell'opinione pubblica, portò il governo in carica [Governo Spadolini II], nel giro di venti giorni, a formulare e introdurre l' art. 416-bis, con la legge n. 646/1982, cercando così di perseguire in modo più incisivo ed efficace il dilagare del fenomeno mafioso.

L' articolo fu arricchito ulteriormente (la parte con la nota 4 e 5, relative alla mafia nella politica e, in particolare, dell' esercizio di voto) dopo la strage di Capaci, del 23 maggio 1992 dove perse la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta, e la strage di Via d' Amelio, il 19 luglio 1992, dove morì Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

COSA È L' INTIMIDAZIONE
In una parte dell' art. 416-bis si legge che il gruppo di persone attua un atteggiamento mafioso quando si avvale della forza di intimidazione, condizione di assoggettamento e di omertà.
Sull' intimidazione, ovvero (dal dizionario Treccani) «Atto o parole di minaccia, che hanno lo scopo di incutere timore e costringere ad agire o a desistere da un’azione con lo stimolo della paura», vi è una nota esplicativa che riporta «non necessariamente deve esservi il ricorso ad atti di minaccia, deve però sussistere un alone penetrante e avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice, frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo».

Le minacce, frasi del tipo « Qui comandiamo noi » o « Se chiami la polizia ti spacco la testa » sono frasi da atteggiamento mafioso.

In fondo al post ci sono le note numerate tra parentesi.

venerdì 11 maggio 2018

La felicità è nelle tue mani - Il nuovo libro di Lapenna Daniele

LA FELICITÀ È NELLE TUE MANI


Sinossi:
Il Buddhismo non è una religione, il Buddha non era un Dio, non obbligava a credere in una divinità o a seguire i suoi insegnamenti, ma insegnava solo come eliminare la sofferenza.
Ogni giorno ci capita di mettere in pratica il Buddhismo senza saperlo, e questo, per il Buddha, significava seguire i suoi consigli. 
Questo libro non ha lo scopo di spiegare al lettore quanto era straordinario il Buddha, ma quanto straordinari siete voi.
Prendendo come riferimento il Canone Pali, la grande mole di scritti sulla vita di Siddhartha, si approfondirà il vero insegnamento del Buddhismo, scoprendo che non si tratta di una religione, ma di una specie di filosofia che ci invita a comprendere la nostra vita da soli, senza perdere tempo a imparare a memoria certe pratiche, o a purificarci bagnandoci in acque sacre, ma aprendo gli occhi e la mente di fronte alle nostre emozioni quotidiane, affrontandole e raggiungendo la vera felicità.

Scarica GRATUITAMENTE il Pdf con l' antemprima del libro al link
https://drive.google.com/open?id=1CBitOB91D1jFlD1VPf1sYuTy8jWOdzlD

COME E DOVE ORDINARLO
Puoi ordinarlo direttamente dal sito dell' editore Youcanprint, a questi link:
Cartaceo            ISBN  9788827827871
oppure Ebook    ISBN   9788827827710
Oppure anche da una qualsiasi libreria fisica. Basta che tu fornisca al libraio il nome del libro e dell' autore oppure solo il codice identificativo ISBN. Il libro giungerà alla libreria e lo pagherai senza alcun costo aggiuntivo.

Ordinabile da un qualsiasi store on line (Ibs, Amazon, Libreria Universitaria, etc... )

martedì 8 maggio 2018

Il male è un qualcosa al di fuori di noi stessi, oppure è dentro di noi?

di Lapenna Daniele

Il “male” esiste? Dov’è? È possibile... sconfiggerlo?

Papa Bergoglio, nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta, parla del
diavolo. Ammonisce i fedeli con la frase « non dialogare con il diavolo, è il grande bugiardo » e invita a « essere attenti al diavolo ».
Tralasciando il discorso sulla reale identificazione dell’ “entità biblica” del diavolo ma considerando sia inteso come il male e le bruttezze dell’ uomo, la parte che mi trova fortemente in disaccordo è quella nella quale sottolinea che « Con il diavolo non si dialoga, perché lui ci vince, è più intelligente di noi ».
Lo paragona al
cane rabbioso, incatenato, al quale ci avviciniamo, veniamo feriti, e poi ci lamentiamo di esserci fatti male. Ecco perché invita a stargli lontano.

Il problema cade nel fatto di ritenere il male un qualcosa al di fuori di noi stessi, e quindi, un nemico dal quale tenerci lontani e sentirci al sicuro. Purtroppo, il male non è fuori noi stessi, ma dentro di noi, ma non siamo noi il male.
Il male è la conseguenza delle nostre turbe emotive, dei nostri dubbi, del nostro orgoglio, dei nostri rimpianti e rimorsi, della nostra invidia e gelosia, insomma, della nostra sofferenza.

Il nostro male è figlio della nostra sofferenza.

Chi soffre, prova dolore, ma può provare rabbia contro il mondo, gli altri, e agisce per far soffrire le altre persone in modo da poter trovare sollievo: «
Se non riesco a ottenere la felicità, diminuirò la felicità altrui, così da poter vedere la mia sofferenza come una piccola felicità». Stare lontano dal male (o dal diavolo, che dir si voglia), è un modo per fingere che il male (e la sofferenza) non esista. 
Come possiamo comprendere la sofferenza, il male, il dolore, la felicità, se non la proviamo?  
No, il diavolo non è un nemico che possiamo guardare negli occhi e affrontare, oppure evitare fuggendo al sicuro. Il male lo generiamo noi stessi, lo infondiamo negli altri, lo assorbiamo dagli altri, e dobbiamo guardarlo in faccia, scoprendo che è dentro di noi. 
Nel Dhammapada del Canone Pali Buddhista Theravada si trova un passo nel quale il Buddha descrive l’ assenza di Consapevolezza come un carceriere che lo teneva imprigionato nell’ inconsapevolezza.
Comprendendo dov’è il male, chi è il vero diavolo, toccando con mano ciò che ci fa scottare, capiremo cosa provoca la nostra e l’ altrui sofferenza e potremo, finalmente, smettere di “partorire” il male, generando solo la felicità

lunedì 27 febbraio 2017

Il blog che racchiude tutti i blog


Sono nato nella città di Andria (quando nacqui, era in provincia di Bari), il 6 dicembre del 1986. Mi sono diplomato con specializzazione di perito informatico.
Terminata la scuola, dopo esperienze lavorative insoddisfacenti, ho tentato altre strade, in altre città, per poi trasferirmi, qualche annetto dopo, in Sardegna, a Cagliari.

Difficile riuscire a descrivermi con una parola sola.
Ce ne vorrebbero di diverse, e quindi le elenco:
testardo, disponibile, orgoglioso, diffidente, curioso, impertinente, puntiglioso, troppo istintivo o troppo riflessivo, pignolo, ...ma anche tanti altri..

Ho il vizio di non dare peso ai giudizi (e insulti) altrui, ma amo ascoltarli e confrontarli con i miei. Ognuno di noi ha le proprie idee, pregiudizi, il modo di vedere e vivere la vita, ed è interessante poterlo condividere con gli altri, ma sempre senza imporre il proprio punto di vista come sia quello più giusto. 
Caratterialmente sono stato da sempre testardo e orgoglioso, e grazie a questo modo di essere ho imparato che non c'è niente di peggio che non ammettere i propri limiti.

Nel mondo non c'è una cosa giusta e una cosa sbagliata visto che, per noi, un' azione può essere giusta, mentre per un' altra persona no. 

Ho vari motti, e uno di questi è:

« Insegui sempre ciò che desideri fare,
la vita, nel peggiore dei casi, è una sola. 
Perché vivere camminando con il freno a mano tirato?
Sii te stesso, per te stesso, con te stesso »

E ricorda, non dare peso ai giudizi altrui dacché il cervello è come il dentifricio, c'è chi ne usa tanto, chi ne usa poco, e chi non si lava proprio i denti!

Per contattarmi
dankash@hotmail.it